SAMANTHA

Quando Carlo usci dal bar era già notte fonda, ormai il fare tardi la sera stava diventando una abitudine per lui, da tempo ormai era senza lavoro e dopo aver scarpinato tutto il giorno nella speranza per altro vana di trovarne uno, la sera cercava di dimenticare il suo fallimento in quel locale fumoso.

Separato da tempo, un figlio che non vedeva quasi mai, ed il lavoro perduto avevano fatto di lui poco piu di un rottame umano, e così aveva preso già da tempo l’abitudine di cercare un po di pace nel fondo di una bottiglia di liquore di pessima marca.

Una volta fuori dal bar rabbrividì, una pioggerellina gelida lo investì risvegliandolo un poco dal quello stato di torpore in cui l’alcool lo aveva sprofondato, Carlo alzò il bavero della giacca e con le mani in tasca si avviò verso casa.

Da lontano sentiva un cane latrare.

Carlo affrettò il passo, non amava i cani, non li aveva mai amati, da quando bambino un grosso mastino gli si era scagliato addosso e tentato di morderlo nutriva un sordo rancore ed un recondito timore verso di loro.

Affrettò il passo mentre la pioggia aumentava d’intensità.

Il cane abbaiò ancora una volta, questa volta piu vicino, Carlo si fermò un attimo e si guardò attorno, ma alla fioca luce dei radi lampioni non riuscì a scorgere nulla.

Tirò un sospiro di sollievo, meno male pensò, ormai era vicino a casa, un paio di isolati e sarebbe stato al sicuro tra le mura scrostate del suo disadorno bilocale.

Ma…Carlo si irrigidì …c’era ancora il parco da attraversare.

Girò l’angolo timoroso, il parco era d’avanti a lui, al di là del viale, ampio, ricoperto da fitti alberi e …Immerso nel buio inquietante della notte. 

Coraggio, si disse Carlo, al di la c’è la mia casa, e poi non è detto che quel bastardo sia qui vicino.

Inspirò profondamente e si lanciò tra i viali immersi nel buio.

Adesso correva, non vedeva l’ora di uscire da quel dedalo di viottoli ricoperti di ghiaia, nel silenzio della notte si udiva soltanto lo scricchiolare dei minuscoli sassi sotto le sue suole.

Carlo non lo ricordava così grande quel parco, o forse era l’ansia di uscirne che gli dava questa spiacevole sensazione?

L’uomo non voleva saperlo, l’unica cosa che voleva era uscire al piu presto da quel labirinto, poi improvvisamente lo vide.

Era li, sul viale poco d’avanti a lui, nero, con le fauci spalancate e gli occhi gialli, e lo fissava con uno sguardo estremamente malvagio.

Mio Dio, esclamò Carlo, sono perduto, guardò alle sue spalle e nonostante avesse avuto la sensazione di essersi addentrato parecchio nel parco, vide le luci del viale, sono salvo pensò dentro di se, se riesco a raggiungere la strada potrò chiedere aiuto a qualcuno.

Si girò di scatto e cominciò a correre con quanto fiato aveva verso la salvezza.

Dietro di lui udì un ringhio rabbioso e il forsennato ansimare di qualcosa di molto pesante che correva alle sue spalle.

Carlo correva con tutte le sue forze, adesso non sentiva piu neanche il rumore della ghiaia sotto le sue scarpe, ma l’ansimare era sempre piu vicino, adesso gli era quasi addosso.

Il viale era ormai là, d’avanti a lui, con la coda dell’occhio vide un bagliore di fari di un’automobile che arrivava dalla sua sinistra, sono salvo pensò, e sebbene stanco si lanciò con un’ ultimo sforzo verso il viale.

L’autista della grossa berlina nera lo vide all’ultimo istante e nonostante la frenata decisa lo travolse catapultandolo dieci metri piu avanti.

L’uomo che guidava fermò l’automobile, si avvicinò al corpo straziato poi sicuro che nessuno lo avesse visto ritornò alla grossa berlina e velocemente sparì nel buio della notte. 

Carlo rimase li sul vialone con il suo corpo martoriato sotto la pioggia mentre un grosso cane nero lentamente spariva nel buio del parco.

Carlo balzò a sedere sul letto, madido di sudore, Cristo, disse tra se e se, ancora questo orribile incubo, se continua così dovrò proprio consultare un medico.

 Guardò la sveglia e vide che era quasi ora di alzarsi, nonostante l’incubo lo avesse stressato, lo attendeva una giornata impegnativa, doveva assolutamente trovarsi un lavoro.

Carlo come nel suo incubo era disoccupato da qualche tempo, ma in compenso non aveva ne famiglia ne figli, ciononostante la sua situazione finanziaria era molto critica, aveva alcune bollette arretrate e il padrone di casa reclamava sempre piu frequentemente alcuni mesi di affitto che non aveva pagato.

Carlo quel giorno doveva assolutamente trovare un lavoro, qualunque cosa potesse portargli un po di denaro sarebbe andata bene, l’importante era tacitare i creditori. Si sbarbò con cura, bevve una tazza di pessimo caffè, poi indossato il vestito meno stropicciato che aveva si mise alla ricerca di un lavoro. Era quasi mezzogiorno quando stanco, avvilito, demoralizzato, decise di fare una breve pausa, aveva bisogno di un caffè, un vero caffè, non come quello bevuto a casa fatto con metà di tufo e amaro per risparmiare, un vero caffè ristretto con tanto zucchero, il suo cervello aveva bisogno di “benzina” per pensare.

Si sedette ad un tavolino d’avanti ad un bar e stava per portare la tazza alle labbra quando la sua attenzione fu attratta da un volantino attaccato con del nastro trasparente ad un palo sul marciapiedi di fronte. Dal suo tavolo riusciva a leggere soltanto una parola scritta in caratteri cubitali “SAMANTHA”.

Fini di bere in fretta poi rapidamente attraversò la strada.

Smarrito cane di grossa taglia, colore nero di nome SAMANTHA, lauta ricompensa a che saprà dare notizie, telefonare al… Seguiva numero di telefono.

Carlo annotò il numero e poco dopo da una delle poche cabine telefoniche rimaste in città parlava con gli interessati.

Gli dissero che avevano perso il loro cane su una collina poco distante dalla città un pomeriggio della settimana precedente, erano andati a fare un pic-nic approfittando di un giorno di sole, e che Samantha per tutto il tempo era stata vicino a loro, ma poi al momento di ripartire del cane nessuna traccia.

La avevano cercata a lungo nella zona ma senza successo, verso sera stanchi e sfiduciati avevano fatto ritorno i città pensando di mettere un avviso per le strade in modo che qualcuno potesse occuparsene, conclusero dicendo che per loro Samantha era molto importante, e che erano disposti a pagare qualunque cifra pur di riaverla, anche un milione di lire.

Non poteva crederci, un milione di lire! Un milione di lire se fosse riuscito a ritrovare il cane. Quel milione, per lui significava la fine di un incubo, avrebbe pagato tutti i suoi arretrati e gli avrebbe permesso un poco di respiro in attesa di un lavoro.

Doveva trovare Samantha, ma non aveva nessuna esperienza in materia, sicuramente pensava il cane non conoscendolo non si sarebbe fatto avvicinare da lui, poteva soltanto catturarlo, ma come?

Ritornò a casa pensieroso,  piu volte fu tentato di abbandonare quel progetto assurdo, ma aveva bisogno di quel denaro, un bisogno disperato ma non aveva nessuna idea di come realizzarlo.

Stava per abbandonare l’idea quando un nome esplose nella sua memoria. Luigi.

Si Luigi, lo aveva conosciuto molti anni prima, quando lavorava come commesso in un negozio di biciclette, lo aveva notato subito quello strano uomo anziano, settimanalmente veniva a comprare una quantità notevole di fili di freno di bicicletta e un giorno lui incuriosito gli chiese cosa ne facesse, nessuna bicicletta neanche la piu scassata rompeva tanti fili in così pochi giorni.

Oh, io non li uso per la bicicletta, non so neanche andarci, rispose con un sorriso Luigi, io faccio il “Volparo”.

Carlo non capiva, il Volparo?  Chiese? Cosa è un Volparo?

Io caccio le volpi e con i fili faccio i cappi per prenderle. Non è difficile, basta saperli fare e metterli nei punti giusti, li metti all’imbrunire e prima dell’alba ti fai il giro, stai sicuro che se c’è una volpe nella zona la trovi nel cappio, e una volpe significa una buona pelliccia.

Luigi, Luigi era la sua unica speranza.

Scese di corsa, trovò una cabina funzionante e poco dopo Carlo parlava con il Volparo.

Luigi fu molto gentile, dopo i convenevoli e il caffè di rito, Carlo gli disse mentendo, che aveva smarrito il suo cane e che sperava di poterlo prendere in trappola, ed aveva bisogno del suo aiuto.

Io sono vecchio ormai per queste cose, faccio fatica a camminare. Gli disse Luigi, ma se vuoi posso insegnarti come fare.

A Carlo non sembrò vero, gli diede appuntamento per l’indomani poi ritornò a casa sereno, ben presto con un poco di fortuna avrebbe raggranellato un buon gruzzoletto, e se la cosa andava bene magari avrebbe continuato a fare quel lavoro, in città c’era sempre qualcuno che smarriva il suo amico a quattro zampe.

L’indomani mattina di buon ora era a casa di Luigi.

Parlarono a lungo, il vecchio gli mostrò come fare i cappi con il filo di acciaio, gli spiegò come ancorarli, gli disse come pasturare la zona, ma una cosa dimenticò, come liberare la preda dal cappio.

Quando Carlo tornò a casa aveva già una buona quantità di fili d’acciaio e una certa scorta di cibo per cani, adesso doveva soltanto aspettare che  il giorno volgesse al termine, chiamò ancora una volta i padroni di Samantha e si fece spiegare esattamente la zona dove la avevano smarrita e l’indole dell’animale, quando sentì che era una giovane Doberman dal carattere irrequieto ed aggressivo  il suo entusiasmo scemò, si rese conto che non sarebbe stata una cosa facile per lui che non aveva alcuna esperienza in materia ed un certo timore dei cani, ma ormai era tutto pronto, aveva speso i pochi denari che aveva in quel cibo ed in quei cavetti, decise che avrebbe almeno tentato, doveva farlo.

Trascorse il resto del giorno a costruire i cappi di acciaio per come il Volparo gli aveva insegnato,

non erano perfetti come quelli del suo maestro, ma il sottile e robusto cavetto d’acciaio scorreva bene d’entro l’asola che con l’ausilio di un paio di robuste pinze aveva creato dall’altro capo del ferreo filo.

Mangiò qualcosa e poi all’imbrunire si avviò lentamente verso il punto che aveva avuto indicato al telefono.

Giunse che era gia notte, era molto piu lontano di quello che pensava, parcheggiò la vetusta utilitaria su un piccolo spiazzo ai margini della strada, poi prese tutto quanto il necessario ed attraversata la corsia scavalcò il guardrail e si immerse nella vegetazione della collina.

Accese una torcia a pile e man mano che procedeva andava pasturando il ripido sentiero, tutte le volte che si restringeva Carlo preparava un cappio, lo assicurava ad un arbusto o a un grosso sasso, si assicurava che scorresse bene deponeva dell’altro cibo al di la del nodo scorsoio in modo che il cane per mangiare dovesse infilare il collo nel cappio, poi infilzato un fazzoletto di carta su uno spuntone di ramo come segnale si allontanava alla ricerca di un’altra strettoia del sentiero.

La mezzanotte era passata da un   pezzo quando l’ultima trappola fu pronta, adesso era stanco e cominciava a sentire freddo nonostante non si fosse fermato un attimo a riposare.

Si rialzò ed un pensiero inquietante attraversò la sua mente. E adesso che faccio? Si chiese.

Rimase così alcuni minuti, poi alcune gocce d’acqua lo raggiunsero, cominciava a piovere.

Questo non ci voleva pensò, non ho portato nulla per ripararmi, forse è meglio che questa sera ritorni a casa, e poi non è detto che Samantha sia in questa zona, potrei trascorrere tutta la notte qui sotto la pioggia e magari sono nel punto sbagliato, domani chiamerò di nuovo i suoi padroni e mi farò spiegare meglio il punto esatto.

Cominciò a ridiscendere la collina, era stanco deluso e bagnato adesso, voleva soltanto tornare a casa, forse intimamente non aveva piu tanta voglia di guadagnarsi quel milione di lire.

Ad un tratto udì un lamento, Carlo si fermò, era un guaito, tese l’orecchio e non ebbe dubbi, si era proprio un guaito, e proveniva dal punto dove aveva piazzato una delle sue trappole forse aveva avuto fortuna, forse Samantha aveva messo la testa nel cappio.

Con il cuore in gola cominciò a correre verso il luogo da dove provenivano i lamenti.

Raggiunse la trappola che ormai pioveva a dirotto, grande fu la delusione quando vide un cucciolo di volpe nel cappio.

Ansante lo guardò, nonostante la delusione quel cucciolo gli faceva tenerezza, quando il volpacchiotto lo vide chiuse gli occhi quasi temendo di essere ucciso.

Non preoccuparti gli disse dolcemente Carlo, sono qui per liberarti anche se non so bene come fare, ma se stai buono tra poco tornerai dalla mamma.

Carlo pasticciò non poco con il filo d’acciaio, la pioggia che adesso cadeva fitta non rendeva le cose piu facili, temendo che il cucciolo per paura lo mordesse cercava di liberare il laccio di ferro dal ramo in cui lo aveva legato, poi pensava il cappio si allargherà automaticamente.

Non riuscendo a scioglier i legaccio spezzò il ramo, e subito non essendo piu in trazione il cappio si aprì liberando il volpacchiotto che in un attimo sparì nel buio.

Carlo stava ancora frizionandosi le dita intorpidite quando a pochi passi dietro di lui esplose un ringhio profondo, l’uomo sussultò e si girò di scatto, immediatamente nel cono  luce della torcia elettrica si materializzò una grossa figura nera.

Samantha aveva trovato Carlo.

Una paura atavica si impadronì dell’uomo, Samantha era li d’avanti a lui ed era libera.

In un attimo il suo incubo si materializzava, il grosso cane nero, la pioggia, il sentiero anche se non coperto di ghiaia, tutto era come nel suo sogno, e come nel sogno Carlo cominciò a correre verso la sua salvezza, la sua auto era in fondo alla collina laggiu’, poteva farcela, questa volta non era un sogno, tutto era tremendamente vero.

L’uomo si lanciò a capofitto giu dalla collina, scivolando, cadendo e rialzandosi con il cuore in gola, una ad una rivide le trappole vuote che alcune ore prima aveva preparato per catturare quel mostro che adesso stava per catturare lui, ma nonostante tutto non riusciva a guadagnare terreno, non osava girarsi ma l’ansimare della grossa bestia alle sue spalle gli faceva capire che l’animale avrebbe potuto abbatterlo da un momento all’altro.

La strada finalmente era a poche decine di metri da lui e dall’altro lato scorse la sua automobile, con un po di fortuna l’avrebbe raggiunta e poi al diavolo il denaro, non sarebbe piu ritornato in quel posto maledetto per nessuna cifra al mondo.

Nella sua folle corsa raggiunse il ciglio della strada e si lanciò vero l’automobile, quasi non vide la grossa berlina nera che a velocità pazzesca apparve dalla curva pochi metri alla sua sinistra.

Non udì lo stridio dei freni sull’asfalto viscido, non udi dolore quando il nero cofano impattò violentemente contro il suo corpo sollevandolo in aria.

Quando ripiombò sull’asfalto parecchi metri piu avanti, l’automobile era sparita, e l’ultima cosa che i suoi occhi videro fu un grosso cane nero che trascinava quello che rimaneva del suo corpo smembrato, nel folto degli alberi sulla collina.

Gaetano Antonio Riotto