I Fantasmi della miniera di Ingurtosu

Amici lettori e studiosi del mistero oggi parleremo di una miniera nei pressi di Arbus, la miniera di Ingurtosu… La miniera chiusa definitivamente dal 1968 ha visto tanti drammi legati alla sua opera, molte famiglie sono finite senza un lavoro e molti uomini hanno dovuto subire condizioni di lavoro terribili tanto che oggi si dice che l’intero lotto sia infestato dalle anime di chi vi ha passato tutta la sua vita terrena…

Come una sorta di purgatorio gli spiriti continuerebbero a vivere al suo interno ripetendo ogni giorno le tristi giornate passate. Un posto ideale da visitare per i cacciatori di fantasmi ma anche, sopratutto, per chi oggi voglia capire cosa sia stata la vita di un minatore del secolo scorso…

STORIA

Oggi è un villaggio diroccato e quasi deserto ma in passato, quando fu abitato fino alla fine degli anni sessanta, era arrivato a ospitare quasi cinquemila persone, fungendo da centro direzionale della miniera di Ingurtosu e di quella vicina di Gennamari, che facevano parte entrambi del complesso minerario chiamato filone di Montevecchio, dal quale si estraevano piombo, zinco e argento.

La miniera, che aveva iniziato la sua attività estrattiva nel 1855, raggiunse la massima espansione all’inizio del XX secolo. La prima crisi, con il licenziamento di molti operai, si ebbe nel 1943. Nel dopoguerra l’attività riprese, ma il declino era ormai avviato e nel 1968 la miniera fu definitivamente chiusa.

Nel villaggio minerario vi si trovavano il palazzo della direzione, chiamato “Il castello”, costruito verso il 1870, in stile neomedievale, a imitazione di un palazzo tedesco, in posizione dominante rispetto al resto del complesso, che comprende abitazioni di impiegati, la chiesa, lo spaccio, la posta, il cimitero e persino un ospedale.

Oggi Ingurtosu è un monumento di archeologia industriale mineraria e fa parte del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Regione Sardegna, inserito nella rete GEO-PARKS dell’UNESCO.

Vi propongo lo stupendo video realizzato da “Antonio Lambo” con l’ausilio di un drone: